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Un gioco nato ai margini, non nei palazzi

La tabula non nasce nelle corti o negli uffici dei dominatori.
Nasce nei porti, nelle taverne, negli accampamenti: popolata da mercanti, soldati, viaggiatori e poveri di frontiera.
È un gioco che attraversa epoche e imperi, ma sempre come clandestino, sempre come sospetto.
Per secoli è stato proibito, censurato, accusato di essere un passatempo pericoloso.
La Chiesa medievale lo considerava disordine, perdita di tempo, rischio morale.
Proprio questo rifiuto istituzionale ne rivela la natura insubordinata:
la tabula appartiene a chi vive fuori dalla disciplina, non a chi la impone.
Fortuna vs Strategia nel Backgammon: la vera percentuale
Il backgammon è un gioco unico: unisce il calcolo probabilistico degli scacchi al caos controllato dei dadi.
Proprio per questo da decenni appassiona giocatori, matematici, statistici e teorici dei giochi.
Ma la domanda che tutti si fanno quando iniziano a giocare seriamente è sempre la stessa:
Quanto conta la fortuna e quanto conta davvero la strategia?
La risposta breve
Nel lungo periodo, gli studi basati sui bot di analisi (come GNU Backgammon, Snowie e XG) hanno mostrato che:
- Strategia / abilità: 70–80%
- Fortuna / dadi: 20–30%
Ma attenzione: questa proporzione vale solo nel lungo periodo, cioè su decine di partite.
Sul singolo match la fortuna può essere molto più pesante, anche oltre il 50%.
Perché il backgammon sembra più “fortunoso” di quanto sia
1. I dadi sono immediati
Ogni tiro può cambiare la posizione in modo radicale. Questo fa percepire la fortuna come dominante, anche se a livello statistico non lo è.
2. La strategia è invisibile agli inesperti
Un giocatore forte prende decisioni corrette che minimizzano il rischio futuro, anche se il vantaggio non è evidente subito.
Molti principianti scambiano una giocata solida per “un colpo di fortuna dopo”.
3. Le partite sono veloci
A differenza del poker o degli scacchi, una singola partita di backgammon è breve.
Questo amplifica la percezione di volatilità.
Perché la strategia domina nel lungo periodo
Gli algoritmi dei moderni bot hanno dimostrato più volte che:
- Un giocatore forte batte costantemente un medio-forte.
- Un esperto distrugge un principiante anche se quest’ultimo è “fortunato”.
- La differenza di PR (Performance Rating) predice in modo molto accurato il risultato su grandi campioni di partite.
In altre parole: un bravo giocatore vince perché sbaglia meno, non perché è fortunato.
E questo è misurabile.
Il ruolo reale della fortuna
La fortuna nel backgammon esiste eccome — ed è fondamentale.
Ma non è “un vantaggio per chi capita”. È un livellatore temporaneo: nei match brevi, un giocatore debole può battere un campione. Succede perché:
- ogni mossa dipende dal tiro dei dadi
- i dadi possono favorire combinazioni rare o decisive
- anche il giocatore più forte è costretto a reagire a eventi casuali
Tuttavia, su decine di partite, la differenza di abilità emerge in modo netto.
È un gioco dove la fortuna determina il breve termine, la strategia il lungo periodo.
La percentuale nelle varie fasi del gioco
La “quota” di fortuna non è sempre la stessa. Cambia a seconda della posizione.
1. Apertura: 50% fortuna, 50% tecnica
Il primo tiro indirizza la struttura, ma le risposte sono tutte tecnicamente definite.
2. Medio gioco: 10–20% fortuna, 80–90% abilità
Qui si giocano le decisioni più pesanti: tempi, ancore, blitz, priming.
È la fase dove la bravura conta di più.
3. Finale (bearoff): 30–40% fortuna, 60–70% abilità
La tecnica è più semplice, ma un paio di tiri sfortunati possono ribaltare tutto.
Perché il backgammon è speciale
Molti giochi sono “solo strategici” o “solo fortunosi”.
Il backgammon è uno dei pochi dove:
- la fortuna rende il gioco imprevedibile e sempre nuovo
- la strategia consente ai più forti di vincere con continuità
- esiste un equilibrio naturale tra caso e abilità
È proprio questa miscela a renderlo così vivo, competitivo e, soprattutto, umano.
Conclusione
Se dobbiamo proprio mettere un numero, i migliori dati disponibili ci dicono che il backgammon è circa:
👉 75% strategia
👉 25% fortuna
Ma la verità è più sottile:
La fortuna ti fa vincere oggi.
La strategia ti fa vincere per sempre.
Perché insegnare il backgammon ai bambini è più utile degli scacchi

Da decenni gli scacchi sono considerati il gioco “intelligente” per eccellenza: un campo di battaglia mentale dove logica e strategia dominano sovrane. Tuttavia, quando si parla di educazione dei bambini, pochi si accorgono che esiste un gioco altrettanto profondo – e sotto molti aspetti più formativo – che dovrebbe avere un ruolo centrale nella crescita cognitiva dei più piccoli: il backgammon.
In un mondo che cambia rapidamente, nel quale imprevisti e incertezze sono la norma, il backgammon offre un modello più realistico e pedagogicamente potente rispetto agli scacchi. Ecco perché.
1. Il valore educativo dell’incertezza
Gli scacchi sono un sistema chiuso: nessuna variabile esterna, nessuna sorpresa, nessun colpo di fortuna.
Il backgammon, invece, introduce la casualità controllata attraverso i dadi.
Per un bambino, questo elemento ha un enorme valore:
- Insegna a gestire la frustrazione: a volte si gioca bene ma i dadi non aiutano; è una lezione sulla resilienza.
- Insegna a sfruttare le opportunità: quando arriva la combinazione giusta, bisogna saperla trasformare in vantaggio.
- Insegna a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, una delle competenze psicologiche più importanti della vita.
La vita reale non è un gioco deterministico. In questo senso, il backgammon è un modello più autentico del mondo.
2. Decisioni veloci con informazioni incomplete
Negli scacchi si vede tutto: ogni pezzo è in chiaro, ogni minaccia è visibile, ogni piano può essere calcolato con anticipo.
Nel backgammon, invece, nessuno può prevedere il futuro con certezza.
Il bambino impara così a:
- prendere decisioni rapide, pur basandosi su scenari probabilistici;
- valutare i rischi: a volte è saggio chiudersi, altre volte bisogna osare;
- accettare l’impossibilità del controllo totale.
Queste sono competenze che non solo migliorano il pensiero pratico, ma costruiscono una mentalità flessibile e adattiva.
3. Meritocrazia sì, ma imperfetta
Gli scacchi insegnano che, con abbastanza studio, si può dominare completamente il gioco.
Il backgammon insegna qualcosa di più sottile: la meritocrazia esiste, ma convive con fattori esterni che sfuggono al nostro dominio.
Questa è una visione più vicina al funzionamento del mondo:
- ci sono condizioni favorevoli e condizioni avverse;
- si parte a volte in vantaggio, a volte in svantaggio;
- la gestione dell’ingiustizia è parte dell’apprendimento.
Il bambino comprende che la bravura conta, ma non tutto. L’arroganza si riduce, l’umiltà cresce.
4. Migliora la matematica naturale e l’intuizione probabilistica
Il backgammon è un laboratorio di probabilità:
- “Cosa è più probabile che esca al prossimo tiro?”
- “Quanti punti rischio lasciando questa pedina scoperta?”
- “Qual è la percentuale che l’avversario mi colpisca?”
Senza neppure accorgersene, il bambino sviluppa:
- pensiero probabilistico,
- calcolo mentale,
- intuizione statistica,
- previsione a breve termine.
Negli scacchi, invece, la matematica è quasi assente: il gioco è puramente combinatorio e mnemonico.
5. Partite rapide, apprendimento continuo
Le partite di backgammon durano pochi minuti, il che significa:
- molti cicli di apprendimento in poco tempo;
- tanti errori da elaborare e correggere;
- più possibilità per i bambini di restare concentrati.
Gli scacchi, soprattutto a livelli intermedi, richiedono tempi lunghi, spesso incompatibili con l’attenzione naturale dei piccoli.
6. Un gioco competitivo ma non schiacciante
Negli scacchi, un giocatore forte batte sistematicamente un principiante, e spesso in modo umiliante.
Nel backgammon, invece:
- anche il principiante può vincere una partita;
- la componente di fortuna mantiene viva la motivazione;
- la competizione rimane sana e non frustrante.
Questo rende il backgammon perfetto per giocare tra adulti e bambini senza sbilanciamenti paralizzanti.
7. Un allenamento per la vita adulta
In sintesi, il backgammon prepara i bambini a un mondo dove:
- non puoi controllare tutto,
- devi saper reagire agli imprevisti,
- devi prendere decisioni rapide,
- devi essere bravo senza mai credere di essere onnipotente.
I bambini crescono più equilibrati, più capaci di gestire emozioni, più abili nel valutare scenari incerti.
Gli scacchi rimangono un grande gioco, ricco di bellezza e profondità. Ma il backgammon insegna qualcosa di più vasto e più utile: come muoversi dentro l’incertezza, senza perdere lucidità né speranza.
Ed è esattamente lì che si forma la vera intelligenza.
La Chiesa contro la tabula: storia reale di un’antica repressione ludica

1. Introduzione: quando il potere teme i giochi
Da sempre, ogni potere autoritario ha una caratteristica: teme il tempo libero.
Il cristianesimo non fa eccezione.
Tra il IV e il VII secolo, la Chiesa sviluppa una crescente ostilità verso i giochi da tavolo, in particolare verso la tabula, antenata diretta del backgammon. Un gioco troppo sociale, troppo libero, troppo poco controllabile.
2. Il Sinodo di Elvira (306–309): la prima crociata contro il gioco
Il primo colpo ufficiale arriva dalla penisola iberica.
Il Canone 79 del Concilio di Elvira stabilisce:
Chi gioca a dadi (alea, gioco su tavola) venga escluso dalla comunione; se smette e si ravvede, potrà essere riammesso dopo un anno.
Non è un ammonimento morale, né una predica: è una sanzione ecclesiastica formale, il primo bando documentato contro i giochi da tavola nella storia cristiana.
Una norma che rivela l’ossessione precoce della Chiesa a regolare persino le attività più innocue e private.
3. Isidoro di Siviglia (VII sec.): l’ideologo della proibizione
Tre secoli dopo Elvira, l’enciclopedista più influente dell’Occidente cristiano, Isidoro di Siviglia, codifica culturalmente la condanna del gioco.
Nelle Etymologiae, Libro XVIII, scrive sezioni dedicate alla tabula, ai tesserae (dadi) e alla pratica dell’azzardo, includendo un capitolo esplicito: “De interdictione aleae”, cioè “Sull’interdizione del gioco d’azzardo”.
Isidoro non inventa un nuovo divieto: registra una tradizione ecclesiastica già consolidata, riconoscendo implicitamente che tali giochi erano considerati pericolosi, viziosi o comunque incompatibili con la morale cristiana del tempo.
4. Il Codice Giustinianeo (C. 3.43): quando il potere secolare sposa la morale religiosa
Il Codex Iustinianus, raccolta legislativa del VI secolo, contiene nel Libro III, Titolo 43 (De aleae lusu et aleatoribus) una regolamentazione dettagliata contro il gioco d’azzardo.
Le norme stabiliscono limitazioni, pene pecuniarie e perfino interdizioni professionali contro i giocatori.
Questa legislazione imperiale viene poi utilizzata dalla Chiesa medievale come fondamento giuridico e morale per rafforzare le proprie proibizioni.
Non è un testo teologico, ma è fondamentale perché mostra la convergenza tra potere civile e potere ecclesiastico nel disciplinare la vita quotidiana.
5. Penitenziali medievali: la sorveglianza del quotidiano
I penitenziali — manuali ecclesiastici tra VI e XI secolo — non regolamentano solo la sessualità o la liturgia, ma anche il gioco.
Diverse raccolte penitenziali prevedono penitenze per chi pratica giochi d’azzardo o giochi su tavola considerati “pericolosi”, “vanae occupationes” o “occasioni di peccato”.
Sono fonti cruciali perché documentano la prassi pastorale quotidiana, cioè come la Chiesa realmente controllava i comportamenti dei fedeli.
6. Il paradigma repressivo: perché vietare un gioco?
Il divieto della tabula non nasce da una profonda riflessione metafisica.
Nasce da un istinto di controllo.
- Il gioco è socialità: crea reti, comunità spontanee.
- Il gioco è tempo sottratto alla disciplina religiosa.
- Il gioco è imprevedibilità, dunque esce dalla logica della norma.
- Il gioco è libertà — e le gerarchie temono ciò che non produce obbedienza.
La Chiesa non temeva il peccato.
Temeva l’autonomia.
E colpire i giochi non era che un modo per educare alla sottomissione.
7. Conclusione: la tabula come atto di libertà
La storia del divieto del backgammon nelle tradizioni cristiane non è un dettaglio folcloristico: è un frammento della lunga battaglia tra istituzioni autoritarie e libertà individuale.
Oggi la tabula ci appare come un semplice gioco; ma nei secoli antichi, la sua pratica sfidava — per quanto innocuamente — il monopolio morale della Chiesa.
Un dado lanciato, una pedina avanzata sulla tavola, era un gesto che sottraeva un istante di vita all’autorità.
Non stupisce che sia stato proibito.
Fonti:
- Concilio di Elvira, Canone 79 — testo e traduzioni disponibili (Dale; Miller).
- Isidorus Hispalensis, Etymologiae, Lib. XVIII — sezioni “De tabula” e “De interdictione aleae”.
- Codex Iustinianus, Lib. III, Tit. 43 — “De aleae lusu et aleatoribus”.
- Hallebeek, J. — studio sull’origine della costituzione Alearum lusus.
- Raccolte di penitenziali medievali (Penitentials.com; Penitential of Finnian).
- Edizioni critiche moderne (Cambridge Early Christian Writings; edizioni accademiche delle Etymologiae).
Backgammon: la tavola del ribelle
Immagina una scacchiera antica, non fatta per obbedire, ma per sfidare. Il Backgammon non è solo un gioco: è un rito di liberazione, un atto di guerra silenziosa contro i sistemi che ci vogliono fermi, uguali e docili.

Origini da dissolutore di certezze
Nato migliaia di anni fa nel cuore dell’odierno Iran, questo gioco attraversa epoche e imperi, come un sussurro che non accetta la tirannia del banale. In quei tavoli fumosi di narghilè dove le pedine scivolavano tra dadi e silenzi, non si trattava solo di divertimento: era l’atto di riscatto di chi ha scelto di muoversi, non restare immobile.
Regole semplici, rivoluzione piena
Due giocatori, trenta pedine bianche e nere, una board divisa in quattro quarti: non serve un esercito, serve strategia. Ogni lancio di dadi è un atto della natura che decide, ma tu scegli come reagire. Il potere vuole che tu accetti la sorte passiva: il Backgammon ti insegna a muoverti comunque, anche se il dado sembra fregarti.
Il grande significato dietro il tabellone
Il cammino delle pedine non simboleggia scontri o dominazioni: simboleggia la vita, la notte e il giorno, le stagioni che cambiano. Non è guerra, è un viaggio.
Il potere delle élite vuole conflitti, sottomissione, territori da conquistare. E invece questo gioco ti mostra: puoi vincere senza annientare, puoi uscire dal quadrato senza schiacciare l’avversario, puoi farcela con intelligenza, non con la forza bruta.
Un manifesto contro i potenti
Mentre un tempo l’antica Persia diffondeva tolleranza e cultura — lo sguardo alto di una civiltà che accoglieva — oggi vediamo i potenti che controllano, reprimono, vogliono che stiamo fermi. Ma nel Backgammon troviamo la chiave: muoviti. Non aspettare che il dado scelga per te. Non lasciare che qualcuno stabilisca il tuo cammino.
Quando togli tutte le pedine dal tabellone, non è solo una vittoria nel gioco: è un’affermazione: «Non mi avete fermato».
TABULA — il gioco dei ribelli, dei popoli e degli dèi dimenticati
C’era un tempo in cui i popoli giocavano non solo per vincere, ma per sfidare il destino. Tabula, antico gioco da tavolo nato più di 5mila anni fa, è considerato l’antenato diretto del moderno backgammon — ma in realtà era molto più di questo: era una metafora del caos e dell’ordine, della fortuna cieca e della ribellione dell’uomo contro la sorte.

La prima testimonianza scritta arriva dai versi di Agazia (527–567), tramandati nell’Antologia Palatina, in cui si racconta la disfatta dell’imperatore d’Oriente Zenone. L’uomo più potente del mondo, sovrano di legioni e palazzi dorati, fu sconfitto non da un esercito, ma da tre dadi. In un solo lancio — 2, 5 e 6 — perse ogni vantaggio, lasciando otto pedine isolate, nude, esposte al nemico.
«Noi, che in nessun conto siamo fra gli uomini, anche se abbiamo compiuto azioni grandi nel ricordo di nessuno durevolmente entrano. I personaggi potenti invece, anche se nulla fecero, basta che respirino ed ecco, come disse l’uomo di Libia, che ciò resiste allo stesso modo dell’acciaio. Quando infatti una volta Zenone, re protettore della città compiva il gioco degli irragionevoli dadi, si trovò in tale posizione di gioco molto complessa: dalla parte del bianco, che può muoversi anche all’indietro, sette pedine avevano la VI casella ed una la IX, ma “il sommo” abbracciando due pedine era uguale al X e quello che sta dopo “il Sommo” ne aveva due. Un’altra unità, come ultima pedina, l’abbracciava “il Divo”. Ma il nerò lasciò due pedine nell’VIII casella ed altrettante nell’XI posizione. Intorno alla XII casella ne apparivano altrettante e nella XIII si trovava una sola pedina. Due pedine regolavano la posizione “di Antigono” ma a questa uguale era la situazione della XV casella ed in tutto simile alla XVIII. il più il quartultimo ne aveva altre due. Ma l’Imperatore, avuti in sorte i segni del dado bianco, e non ponendo mente alla futura trappola, improvvisamente gettati dal crivello, rimanendo nascosti i gradi del bossolo di legno ne trasse sul tavolo 2,6 e 5. Cosicché subito vaganti aveva tutte quelle otto pedine che prima erano fra loro legate. Dalla tavola di gioco state tutti lontani, dal momento che neppure l’Imperatore riuscì a sfuggire alle sue irragionevoli forze» (Agazia, Epigrammi, 100)
Agazia, con la lama della parola, trasformò quella sconfitta in una lezione eterna:
i potenti respirano e già vengono scolpiti nel ferro della memoria, mentre i popoli che costruiscono, amano e lottano scompaiono come polvere nel vento.
Ma nel suo epigramma brucia una scintilla di rivolta. Perché se neppure l’Imperatore, “protettore della città”, poté salvarsi dal destino lanciato dai dadi, allora nessun trono è al sicuro, nessuna autorità è eterna. Tabula diventa così un grido antico: il fato non appartiene ai re, ma a chi osa sfidarlo.
Il gioco, praticamente uguale al backgammon, metteva di fronte due avversari armati di 15 pedine ciascuno, in un duello di strategia e fortuna, su un tavoliere diviso in due campi. Bastava che una pedina restasse sola per essere spazzata via: un gesto che riassume tutta la fragilità del potere umano.

Nel XIX secolo, Becq de Fouquières ricostruì le regole di Tabula proprio da quell’epigramma — restituendoci la voce di un gioco proibito, perseguitato dai concili religiosi e dai codici imperiali, perché troppo umano, troppo libero.
Il Concilio di Elvira (Spagna, 307) lo condannò come distrazione empia;
Isidoro di Siviglia e il Codice Giustinianeo lo maledissero nei secoli.
Ma come ogni idea che non si piega, Tabula sopravvisse.Rinasce oggi in chi, lanciando i propri dadi, non accetta più il ruolo imposto.
Rinasce ogni volta che un popolo unisce le proprie pedine e decide di cambiare la sorte.
Perché anche un semplice gioco da tavolo, in fondo, può diventare un manifesto:
nessuno è schiavo del destino, se osa giocarlo.